Dante e il sapere disinteressato

Continuando a soffermarci sul pensiero di Dante, sempre nel Convivio si può intravedere un'interessante, e per certi aspetti profetica, riflessione sull'importanza della divulgazione del sapere, al di là delle mere finalità accademiche e professionali, e in tale riflessione ritengo si possano rispecchiare le finalità della Associazione Monte Peglia per l'Unesco. Dante nutriva profonde speranze nella circolazione libera e disinteressata della cultura, il titolo stesso di quest'opera ce ne dà conferma: con essa Dante intende imbandire un banchetto la cui portata principale è quel sapere, solitamente riservato alle prestigiose mense degli accademici, di cui Dante raccoglie le briciole per poi distribuirle a quanti intendono elevarsi, seppur oppressi da limitazioni economiche e sociali, al di sopra della mera animalità dell'uomo. Tuttavia, osservando i modi e i termini in cui il sommo poeta si pone possiamo vedere come, nonostante le umili premesse, egli avesse ben altre considerazioni della sua opera ponendola come un elemento affine e al contempo speculare rispetto al panorama letterario della trattatistica universitaria.



Per quel che riguarda le affinità Dante recupera non solo i contenuti, ma anche il linguaggio, le espressioni e i procedimenti argomentativi propri della cultura accademica del tempo nonostante egli non manchi mai di rivendicare con fierezza la propria formazione da autodidatta. Difatti pur impadronendosi del suo linguaggio e dei suoi contenuti, Dante non esita a manifestare una forte polemica contro la nuova figura dell'intellettuale di professione, socialmente riconosciuto per la propria formazione universitaria, descrivendolo come un individuo mosso non dalla genuina sete di conoscenza ma dal mero profitto economico al pari di un medico o di un amministratore. Difatti, a partire dalla seconda metà del '200, la crescente presa di posizione della classe borghese all'interno della società finì per influenzare anche la formazione accademica nelle università fino a finalizzarla unicamente alla competitività sul mercato, in quella che potremmo definire, come suggerisce lo studioso Gianfranco Fioravanti in un suo saggio apposito, una mercificazione del sapere dove “il valore di scambio ha soppiantato il valore d'uso”.

Alla luce di questo, possiamo dire che negli occhi di Dante si era palesato un timore che ai giorni nostri è diventato tristemente concreto nel nostro paese: la cultura non viene più vista come il mezzo e il fine dell'arricchimento interiore bensì come mero calcolo professionale o come oggetto di uno sfoggio fine a sé stesso, perdendo in questo modo sempre più autorevolezza agli occhi della moltitudine sempre più massificata e alienata della nostra società. Eppure è proprio la cultura, in tutte le sue forme e sfumature, a caratterizzare la nostra stessa eccezionalità in quanto esseri umani all'interno del grande disegno della natura: laddove quest'ultima è governata da meccanismi ciechi e impietosi, l'uomo è riuscito a elevarsi al di sopra di essa, sostituendo la sudditanza agli impulsi e l'istinto di sopraffazione con la curiosità, la consapevolezza e l'empatia, i tre elementi che hanno forgiato la nostra strada verso il progresso, tanto scientifico quanto umano, e senza i quali finiremmo per perpetrare nella nostra società le stesse atrocità proprie di quella natura animalesca da cui noi pretendiamo di essere così distanti. È in virtù di questo che Dante ha individuato nella cultura la speranza per la formazione di una nuova umanità, unita nel nome dell'etica e della giustizia. Non una cultura asservita e superficiale, ma in grado di nutrirci e dialogare apertamente con la nostra interiorità.

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