• Sofia Barili

A tu per tu con il cavatore di tartufi. i parte

Aggiornato il: 5 giorni fa

Nel mese di Luglio, i boschi di latifoglie della nostra Regione, offrono ad esperti cercatori uno dei frutti più preziosi del territorio: Il Tartufo.

I cavatori, accompagnati dai loro fedelissimi amici a quattro zampe, vagano in lungo e in largo alla ricerca di questo ormai amatissimo fungo.

Per comprendere fino in fondo il legame che unisce l’uomo, il territorio e il tartufo abbiamo intervistato il Sig. Guerrino Bertoldi, nato nel 1946 nel piccolo borgo di Armenzano di Assisi ed appassionato raccoglitore.

Essere nato in un borgo circondato dai boschi ha influito molto sul suo amore per il territorio e i frutti che esso offre? Quando ha iniziato a raccogliere il tartufo?

Nella comunità di Armenzano la raccolta dei tartufi, a differenza di quella dei funghi e della legna, non era un’attività così praticata. I primi pionieri addestravano delle piccole scrofe autoctone ma i frutti trovati servivano esclusivamente alla sussistenza alimentare della famiglia. Allora non si capiva il valore, sia nutrizionale che ambientale, di questo fungo pregiatissimo.

Solo dagli anni ’60 in poi il tartufo divenne un’alimento sempre più ricercato: cooperative di cavatori venivano nei nostri boschi e a fine giornata collezionavano un bottino sempre molto ricco. Sin da ragazzo mi sono anche io cimentato in questo nuovo hobby che ancora oggi impegna e riempie le mie giornate.

Rispetto agli anni ’60 oggi la ricerca del tartufo è un’attività molto più popolare. Quali sono i rischi di un eccessivo sfruttamento della risorsa?

Le tartufaie sono messe in pericolo da due principali avversità: la prima e più importante è la presenza di cinghiali. A partire dagli anni ’70, i cinghiali autoctoni umbri sono stati soppiantati dai cosiddetti “cinghiali maialati” derivati dall’incrocio fra cinghiali e maiali. Questi nuovi abitanti del bosco, molto più grandi e proliferi, creano danni consistenti sia nei campi coltivati che nelle tartufaie. Infatti i cinghiali sono molto ghiotti di tartufo e scavando con le zanne danneggiano fortemente le micorrize, ossia il legame simbiotico che si stabilisce fra la pianta e i funghi.

Anche l’eccessiva presenza umana può alterare questo sottile equilibrio: la mancanza di patentini e soprattutto di sorveglianza può facilitare l’impoverimento delle tartufaie.

Qual’è il rapporto fra il cavatore di tartufi e il territorio?

Il bravo cavatore di tartufo è in primis un buon osservatore e conoscitore del territorio che lo ospita: è infatti indispensabile saper riconoscere gli alberi, gli animali che vivono nel bosco, saper valutare la tipologia e l’umidità del terreno.

Il Tartufaio che raccoglie per passione è quindi generalmente rispettoso dell’ecosistema-bosco: raccoglie il tartufo in modo adeguato, utilizzando il “vanghetto” e lasciando la “posta” il più inalterata possibile.

Secondo Lei è possibile valorizzare il territorio promuovendo attività turistiche legate alla raccolta e degustazione del tartufo?

Certo che sì anche se per raggiungere questo ambizioso obiettivo sono necessarie la presenza della comunità umana rurale-montana e di infrastrutture pubbliche idonee all’accoglienza di visitatori. Sarebbe anche auspicabile l’istituzione di partenariati pubblico-privati (Comuni, Comunità Montane, associazioni del territorio, volontari) per creare una rete di contatti più stabile e diffusa sul territorio.

La nostra intervista per oggi si ferma qui e riprenderà la prossima settimana con un nuovo post. Speriamo di avervi incuriosito e proposto delle riflessioni interessanti per valorizzare e tutelare un ecosistema unico e autentico come quello della Biosfera Unesco del Monte Peglia.


Dott.ssa Sofia Barili





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