Animali in prospettiva

Abbiamo recentemente guardato alle interazioni tra animali umani e non umani nel corso della storia, e di come esse abbiano probabilmente avuto un ruolo nel definire chi noi siamo adesso. La conclusione a cui siamo giunti è che da un lato non ci sia stata una deliberazione razionale alla base di un interplay di questo tipo quanto piuttosto un punto di contatto accidentale da cui (per mezzo di coevoluzione mutualistica, per dirne una) si è stratificato un rapporto via via più ampio e complesso. Un processo di questo tipo ha, almeno potenzialmente, avuto un ruolo nello sviluppo di tutta una serie di capacità che hanno reso Homo Sapiens in grado di intuire certi aspetti delle intenzioni di chi si trova di fronte (che si tratti di un altro essere umano o di un animale non umano).


Un approccio di questo tipo alle interazioni tra esseri umani ed animali non umani non è ovviamente spuntato dal nulla, ma è frutto di un processo storico che ha subito una svolta anche grazie a L’origine delle specie (1859) di Charles Darwin. Come si fosse mosso il dibattito fino a quel momento è la domanda a cui cercheremo (per quanto in maniera necessariamente parziale) di rispondere.


La discussione filosofica si è schierata in maniera compatta verso l’esclusione degli animali dalla sfera morale almeno fino al XX secolo, ma la storia della filosofia non è un tracciato di progressivo avvicinamento alla loro inclusione entro un expanding circle delle considerazioni morali; al contrario, anche in un momento relativamente recente della storia della filosofia occidentale non mancano esempi di divisione netta tra umani ed animali.


Descartes (1596-1650), altresì noto come Cartesio, è un caso emblematico di esclusione degli animali dalla sfera della considerazione morale; nella sua concezione la discontinuità tra questi e gli esseri umani è fondata nel fatto che gli animali sarebbero nient’altro che materia organizzata in meccanismi complessi ma anche privi delle caratteristiche di consapevolezza e coscienza garantite agli umani dalla presenza dell’anima. Gli animali sono al massimo congegni estremamente sofisticati, e tuttavia in grado di rispondere agli stimoli esterni in maniera puramente ed esclusivamente meccanica ed “automatica”: a riprova di questo viene più volte citata in loro l’assenza di capacità di linguaggio, che secondo Descartes certifica in maniera inconfutabile la loro mancanza di ragione. I comportamenti più o meno complessi o elaborati con cui reagiscono all’ambiente esterno sarebbero solamente il frutto di meccanismi infinitamente sofisticati ma (in linea di principio) del tutto assimilabili a quelli di un orologio. Sono il linguaggio e la capacità di elaborazione simbolica, invece, a certificare negli esseri umani una plasticità che non è riconducibile alla meccanica ma prevede necessariamente la capacità razionale. Una mancanza di questo tipo esclude che gli animali possano provare piacere e dolore, giacché per Descartes la possibilità di sperimentare sensazioni di qualunque tipo (e dunque anche legate a piacere o dolore) discende dal suo essere (o non essere, come gli animali in questo scenario) dotati di capacità razionali. Gli animali sarebbero dunque, dal punto di vista di Descartes, materia inanimata ed organizzata non dissimile da automi complessi, ed i cui meccanismi interni (per quanto molto più sofisticati di quanto l’ingegno umani potesse produrre in quel momento) li vincolano a risposte limitate agli stimoli provenienti dall’esterno.


Abbiamo detto tuttavia che la storia della filosofia in rapporto agli animali non procede in maniera lineare o necessariamente progressiva. Laddove Descartes è un esempio di esclusione completa degli animali dalla sfera morale, Aristotele (384/383 a.C.-322 a.C.) può fornirci un caso meno radicale: gli animali sarebbero si esclusi dalla sfera della considerazione morale ma mancherebbe una discontinuità netta tra essi e gli esseri umani. Questi sono considerati a più riprese come animali sociali, e dunque è lecito supporre da parte di Aristotele quantomeno un riconoscimento che esistano punti di contatto tra le due cose; gli esseri umani non sono gli unici animali ad esistere in gruppi e lo stesso tratto è anzi condiviso da diverse categorie di animali. Ciò che differenzia l’umanità da essi pare essere anche la nostra capacità di distinguere il bene dal male ed il giusto dall’ingiusto: sarebbe in questo tratto esclusivamente umano (e dunque nella sua assenza negli altri animali) che Aristotele fonda la loro esclusione dalla sfera morale. Laddove tuttavia Descartes nega che gli animali potessero percepire anche sensazioni più basilari quali il piacere o il dolore, come abbiamo già visto, Aristotele accetta che queste percezioni siano comuni ad entrambi.


La svolta in favore della continuità tra animali non umani ed esseri umani arriverà ovviamente con Darwin (1809-1882) e da elaborazioni successive si aprirà lo scenario del expanding circle di cui abbiamo già variamente discusso. Ciò che ci interessa chiarire per il momento è la spinta che ha indirizzato Darwin, ovvero la ricerca di una giustificazione per la varietà e le origini delle specie viventi (tema che all’epoca, va ammesso, era ampiamente discusso e genericamente mainstream). Per quanto il fissismo (l’idea che le specie animali fossero state create in uno stato funzionalmente identico a quello in cui si trovano) fosse messo in discussione già allora a causa del ritrovamento di fossili, non era chiaro come funzionassero i meccanismi che permettevano evidentemente la trasformazione dei viventi nel corso del tempo. Basandosi su un ampio repertorio di empiriche e sperimentali (come ad esempio tavole anatomiche o l’osservazione dei meccanismi di selezione sfruttati dagli allevatori suoi contemporanei) emerse l’idea che la speciazione si verifichi per l’accumulo incrementale di variazioni che offrono agli organismi che le portano maggiori possibilità di trasmetterle alla prole (favorendo innanzitutto la sopravvivenza dei futuri genitori). Il punto attivamente rivoluzionario della teoria darwiniana è tuttavia un altro: risalendo all’indietro lungo la catena delle speciazioni è lecito supporre che si arriverebbe ad un antenato comune a tutte le specie viventi e dunque sarebbe un fatto la continuità tra animali non umani ed esseri umani.


Cadono così gli ultimi bastioni a sostegno della discontinuità netta tra esseri umani ed animali: le differenze tra le specie (e tra Homo Sapiens nello specifico ed il resto degli animali) non sono radicate in qualche sostanza superiore ma sono il frutto di un processo storico e contingente, che ha portato alla progressiva differenziazione nelle forme che oggi conosciamo.

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