L'utilitarismo come punto di partenza

Il filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), in Introduzione ai principi della morale e della legislazione (Torino, UTET, 1998, edizione originale datata 1789) (pp. 421-2), scrive:


I francesi hanno già scoperto che il nero della pelle non è una ragione per cui un essere umano debba essere abbandonato senza rimedio al capriccio di un carnefice. Può arrivare il giorno in cui si riconoscerà che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’os sacrum sono ragioni altrettanto insufficienti per abbandonare un essere senziente allo stesso destino? Quale attributo dovrebbe tracciare l’insuperabile confine? La facoltà della ragione, o, forse, quella de discorso? Ma un cavallo o un cane adulto è un animale incomparabilmente più razionale, e più socievole, di un neonato di un giorno o di una settimana, o anche di un mese. Ma anche ponendo che le cose stiano diversamente: a che servirebbe? La domanda da porre non è: “Possiamo ragionare?”, né “Possiamo parlare?” ma “Possiamo soffrire?”


Con parole del genere da inizio ad una corrente filosofica nota con il nome di Utilitarismo. Da essa prenderà le mosse, in un tempo più prossimo al nostro, Peter Singer (1946-) nel formulare la nozione di expanding circle di cui abbiamo già trattato in The expanding circle (datato 04/07/2020).


Utilitarismo è una concezione filosofica che comprende l’idea di “utilità” e la rende il criterio dell’azione morale e il fondamento dei valori. Per quanto già presente nel mondo greco, si definisce tuttavia nel corso del secolo XVIII. A Jeremy Bentham nello specifico si deve la teoria del “calcolo” sull’utilità immediata e futura delle azioni, con l’obiettivo di massimizzare ed estendere (massificare, quasi, se volessimo prendere un termine più in linea con il presente) il piacere. In questo modo, almeno in teoria, i piaceri ricercati dal singolo non so pongono in contrasto ma anzi possono promuovere anche la felicità generale.


Abbiamo già discusso, in Animali in prospettiva (datato 01/12/2020), del contributo offerto da Charles Darwin (1809-1882) con L’origine delle specie (1859) alla discussione sulla continuità o discontinuità tra esseri umani ed animali non umani; volendo sintetizzare all’estremo, la possibilità (visto quanto emerge dalle ricerche e dalle ipotesi di Darwin) di risalire ad un antenato comune ad esseri umani ed animali non umani segna la conclusione del dibattito sul tema: non esiste discontinuità perché la comparsa di Homo Sapiens sulla scena è frutto dei meccanismi di una selezione che resta in grado di operare ancora oggi su di noi (e non è invece il risultato di interventi esterni o metafisici, come invece proponeva la prospettiva fissista).


Volendo portare, per non dilungarsi troppo sul tema, un singolo esempio di come l’umanità stia tutt’ora cambiando basta pensare alla progressiva scomparsa dei cosiddetti denti dei giudizio: il terzo molare è una struttura che si rendeva necessaria nel momento in cui Homo Sapiens si alimentava diversamente da come ha fatto nel corso degli ultimi secoli: come conseguenza (volendo semplificare all’estremo), laddove dall’esterno manca la necessità di vedere emergere quella serie di denti nello specifico, l’eruzione dei denti del giudizio sta divenendo progressivamente più rara pur non essendo ancora un tratto semplicemente scomparso.


La questione legata ai denti lascia il tempo che trova, ammettiamolo, ma rappresenta comunque un esempio funzionale; si è discusso di come Darwin abbia mostrato e dimostrato la continuità tra animali non umani ed Homo Sapiens e come continuino ad essere esercitate sulla nostra specie spinte all’adattamento. Da qui possiamo tornare alla prospettiva di un expanding circle ed alle parole di Bentham: abbiamo stabilito che non esistono differenze di sostanza tra gli esseri umani e gli animali non umani, ovvero l’essere umano non è intrinsecamente diverso o superiore per il solo fatto di essere umano, e che anche gli animali nonumani possono (per recuperare le parole di Bentham) soffrire. Messo in luce questo, non c’è motivo di non estendere i confini del discorso morale fino a comprendere anche questi ultimi.

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